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di Gian Gabriele Cau

 

Nel primo numero della «Voce del Logudoro» di quest’anno (VdL 22 gennaio) si dava notizia di cinque inediti simulacri del patrimonio di arte sacra di Ozieri, attribuiti, sulla base dell’analisi stilistica, a Giuseppe Antonio Lonis concordemente considerato dalla critica il massimo rappresentante dell’arte scultoria in Sardegna della seconda metà del Settecento.

La maniera del Senorbiese trovava allora riscontro nella processionale Madonna del Rosario con Bambino, nella Madonna del Rosario con Bambino e S. Domenico e nel S. Francesco d’Assisi tutti nello storico oratorio della Confraternita della B.V. del Rosario, nel S. Paolo Eremita dalla chiesa dei SS. Cosma e Damiano e nel S. Agostino forse dall’omonima, distrutta chiesa di Punta Idda. Si ritorna sull’argomento per un’altra inattesa attribuzione, quella del Cristo Risorto, un legno policromato, alto cm 122 e base alta cm 7, oggi conservato presso la chiesa di S. Lucia e protagonista nei Riti della Settimana Santa de s’Incontru pasquale con la Vergine Maria. Sale così a sei il numero di opere di Giuseppe Antonio Lonis censite in città (solo Cagliari ne vanta una quantità superiore), per le quali Ozieri si pone quale tappa privilegiata nell’articolato itinerario della statuaria settecentesca isolana.

Non si dispone, al momento, di notizie certe sulla vicenda storica del pregevole simulacro, ma è probabile che, al pari del cinquecentesco Crocifisso gotico doloroso della prima cappella a destra in S. Santa Lucia, derivi dall’antico oratorio di Santa Croce, sede dell’omonima confraternita disciolta negli anni intorno alla seconda guerra mondiale. Nella metà dell’Ottocento, a seguito dell’abbattimento della chiesetta di piazza Duomo per l’ampliamento della prospiciente cattedrale, i confratelli di S. Croce trovarono forzato rifugio nella chiesa di S. Francesco, per approdare in ultimo, per secondo sfratto conseguente la confisca del complesso conventuale di Cuzzolu, nella chiesa  di S. Lucia altrimenti detta, in rare cartoline d’epoca e a memoria di tanti anziani, di Santa Croce. Potrebbero quindi essere i confratelli di S. Croce – come i  confratelli del Rosario lo furono della Madonna del Rosario con Bambino processionale e della Madonna del Rosario con Bambino e S. Domenico dell’altare maggiore dell’omonimo oratorio – i committenti del Cristo Risorto nella stessa rinomata bottega cagliaritana di Giuseppe Antonio Lonis.

Dei sei simulacri rappresentanti il Risorto sinora ricondotti al maestro originario di Senorbì, solo quello della parrocchiale di S. Sebastiano di Guamaggiore (1779) lo è per via documentale. Gli altri, quello della parrocchiale di San Piero apostolo di Pirri, della parrocchiale di S. Nicola di Bari di Muravera, della parrocchiale del SS.mo Salvatore di Serdiana (1761), della parrocchiale della B. Vergine Assunta di Guasila (1768) e della parrocchiale della B. Vergine della Neve di Pabillonis, gli sono puntualmente attribuiti da Francesco Virdis (cfr. Giuseppe Antonio Lonis, vita e opere di uno scultore nella Sardegna del xviii secolo, Dolianova 2004).

 

 

In alto, da sx a dx: Il Cristo Risorto di Guamaggiore (1779), il Cristo Risorto di Ozieri, il Cristo Risorto di Pabillonis di Giuseppe Antonio Lonis (Senorbì 1720 † Cagliari 1805)

 

Nel gesto serrato del braccio destro, levato giusto il tanto di portare la mano benedicente all’altezza della spalla, si coglie nel Risorto di Ozieri una corrispondenza con il modello di Guamaggiore, ‘il più autentico’ perché certamente di Giuseppe Antonio Lonis. La postura, nell’inclinazione dell’asse della figura di circa dieci gradi a sinistra del riguardante, riecheggia tanto quella di questo di Guamaggiore quanto di quello di Pirri e lo differenza dai restanti – con la sola esclusione di quello di Pabillonis – tutti mossi da una torsione propria della maniera del Senorbiese. Ma è per la straordinaria vicinanza fisionomica del volto illuminato di ritrovata serenità e della austerità dello svolazzo del perizoma che si accomuna, come un fratello, all’esempio di Pabillonis, riconducibile, al pari del Nostro, ad un momento cronologico forse non distante dal 1779 del Cristo di Guamaggiore.

Nel movimento garbato del Risorto, certamente un incedere verso la Madre, pare di leggere una raccomandazione della committenza per una destinazione d’uso obbligata: s’Incontru della Domenica di Pasqua. Il Cristo ozierese – ed è già un motivo di riscontro di questa ipotesi – non è sostenuto dal cumulo di nubi riscontrabile in tutti i modelli lonisiani; nella sinistra impugna il labaro del trionfo sulla morte (forse ricostruito) ma non è ancora asceso, né al cielo né all’altare. È lo stesso Risorto del «Noli me tangere!» rivolto a Maria di Magdala nell’alba pasquale, nel quale la componente umana persiste nel suo procedere con i piedi per terra, senz’altro basamento che un umile ottagonale fissato alla portantina, in tutto identico a quello del Cristo alla colonna della chiesa di San Michele arcangelo attribuito allo stesso Lonis.

Da sempre oggetto di grande attenzione e riguardo da parte dei devoti, in tempi recenti il simulacro è stato affidato alle cure di un falegname locale, per la ricostruzione di qualche dito spezzato. Nell’occasione si è proceduto ad una ritinteggiatura del legno che ha alterato – nonostante le migliori intenzioni dell’artigiano – talune coloriture e finissime velature, che davano spessore ai dettagli anatomici. Solo sulle gote, sulla barba e sui capelli sopravvive parte dell’originaria cromia che anima una fisionomia per il resto appiattita, per la quale si confonde con talune opere industriali del Novecento.

L'articolo è stato pubblicato su «Voce del Logudoro», a. LXI, Ozieri, 20 maggio 2012, p. 3.

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