Il ritratto litico del giudice committente in talune chiese dell'Arborea e di Torres, tra XII e XIV secolo (2a Parte)
di Gian Gabriele Cau
Di sicuro interesse è la postura della gamba destra appena levata e il piede giacente su un’entità vinta, come lo è il leone in spalla al Mariano di Zuri, di cui quasi non resta traccia per la probabile azione di fedeli iconoclasti, e il pugno sinistro chiuso volto al basso, in segno esorcistico di minaccia agli inferi[69]. La calcatio colli rimanda alla nota iconografia del S. Michele che trafigge il drago sotto i suoi piedi, già documentata nel bracciolo della cattedra vescovile del santuario di S. Michele in Monte Gargano della fine dell’XI secolo. Il Mariano-Ercole di Zuri parrebbe qui presentarsi come un Mariano-San Michele, ripetendone in parte gli atteggiamenti, perché schierato con il Principe della Milizia celeste nella lotta al Maligno. Nell’inedito ritratto il sovrano è tra quattro figure, due per parte, contenute nei tre rincassi contigui, di cui la prima a bassorilievo e le altre ad altorilievo, scandite da una cornicetta a losanghe ai margini laterali. Ognuna è vestita di una tunica più o meno lunga che si apre a campana, da cui fuoriescono esili gambette. Nel capovolto si è riconosciuto Lucifero l’angelo caduto, ancora con il braccio sinistro levato e la mano aperta in memoria di una disponibilità ad accogliere lo Spirito ormai lontana. Nel secondo rincasso, filologicamente, è un femmineo San Michele con cappelli lunghi, anche lui come Lucifero privo di ali. Il patrono della chiesa e vincitore del Maligno è a sinistra del presunto Mariano ii, secondo un modello attestato a Dolianova, dove lo stesso giudice, in segno di ossequio e deferenza, si colloca a destra del S. Pantaleo[70]. Nel quarto sono Adamo ed Eva, secondo certa tradizione abbinati a S. Michele perché da lui stesso cacciati dal Paradiso Terrestre, dopo la tentazione dell’angelo ribelle[71].
Ritornando ora ai partiti decorativi interni dell’abside di Zuri, a sinistra di Mariano II, nello stesso mensolone di imposta dell’arco trionfale, si rileva una foglia d’acqua sulla quale giace, supina, una figura femminile, con l’avambraccio destro, il solo superstite seppure lacunoso, sull’addome. Veste una tunica lunga fino ai piedi, appena stretta in vita con pieghe ‘a canne d’organo’ e ampio scollo ‘a barchetta’ che espone la camicia; la manica è ‘a sbuffo’ con avambraccio fasciato. Ha lunghi capelli sulle orecchie e il volto deturpato da una vasta frattura della pietra che ha cancellato la fronte. I rapporti fisionomici sono falsati da un mento di una misura più che doppia del naso e dalla bocca stirata in un improbabile, funesto sorriso. Il suo decesso è confermato da una postura orizzontale e da un secondo ramo della stessa palma interposta tra il suo capo e quello di Mariano, che, associata al momento funebre, allude alla vita eterna[72]. Completa il quadro iconografico una foglia di acànto posta all’altro lato di un presumibile capezzale, forse simbolo di forza, in memoria delle virtù caratteriali della trapassata, ma anche di resurrezione[73]. Per la freschezza del lutto non può che essere la prima, anonima Moglie di Mariano II, figlia di Andreotto Saraceno Caldera[74] e di una sconosciuta, morta, secondo la genealogia sin qui nota, ante 1293[75], termine che deve essere aggiornato quantomeno ante 1291, anno della chiusura della fabbrica di Zuri.
Se nella collocazione e nei pattern distintivi la figura di Mariano rientra nei noti canoni dell’iconografia régia medioevale isolana, d’altro canto mostra più elementi di originalità meritevoli di considerazione. La rappresentazione del sovrano al fianco della consorte defunta non corrisponde solo alla vanità del committente di essere riconosciuto e immortalato, ma include sentimenti di pietas per l’amata, enfatizzati in un quel che appare come un piccolo monumento funerario, che anticipa il bassorilievo del sarcofago della sua nipotina Giovanna[76], la cui figuretta è tra un angelo orante e uno incensante[77]. Vano il tentativo di un raffronto in termini fisionomici tra il Mariano di Zuri e il Mariano di Dolianova. Per quella tendenza di matrice bizantina alla rappresentazione dell’uomo destinato al governo della res pubblica per il tramite dei simboli dell’imperium, lo scettro, la corona e la sfera[78], a prescindere dal realismo dei tratti somatici, si potrebbe dubitare che possa trattarsi dello stesso soggetto, se non fosse per le conferme epigrafiche a cui è consegnata la memoria documentale del giudice committente a Dolianova e a Zuri.
Anselmo da Como, Mariano II de Bas-Serra giudice di Arborea e sua moglie N. Saraceno Caldera, 1291, trachite, altorilievo, Zuri chiesa di S. Pietro, particolare del fregio di facciata.
Vaghe corrispondenze o, quantomeno, delle compatibilità fisionomiche si intuiscono, invece, tra il volto rotondo e pieno, con orecchie piccole e alte, del Mariano II di Siddi e quello di un altro suo inedito ritratto nella facciata del S. Pietro di Zuri. Sono, infatti, di Mariano II e N. Saraceno Caldera i ritratti di due mezze figure, una maschile e una femminile, sulla parasta d’angolo destra del portale principale, nella mensola di imposta della terza arcata del prospetto di facciata. I tratti somatici corrispondono agli stessi di lei defunta del cennato rilievo absidale: fronte molto bassa, naso minuto e mento esageratamente pronunciato. Veste una semplice tunica stretta al petto, con scollo circolare bordato da una doppia marcatura e ha in testa un velo che trattiene un cappellino, che ne ingentilisce il volto. Il cranio del sovrano, devastato al punto da rendere pressoché impossibile l’analisi fisionomica, mostra la parte superiore completamente piana come calzata da un copricapo a basso cilindro, che può essere una corona stilizzata. Ha collo taurino, volto forse imberbe e padiglioni auricolari ben segnati a rilievo. Difetta dello scettro, forse cancellato, semmai vi è stato, da una vasta lacuna che investe la mano destra e parte dell’addome, sul quale convergono le braccia, nella stessa postura del suo ritratto absidale. Indossa una tunica stretta da una vistosa cintura simbolo di fedeltà coniugale[79] come, si indovina, possa essere quella del ritratto absidale, intuibile per l’evidente strozzatura del giro vita.
La doppia figurazione del giudice committente ha numerosi precedenti nel Mariano IV del S. Serafino di Ghilarza, nello stesso Mariano II di Dolianova, dove una è a sinistra del prospetto principale, in uno spazio architettonico simmetricamente opposto ma di pari prestigio di questa parasta d’angolo e a Bisarcio, dove, come in questo caso, il capo di Barisone II è sul presbiterio e in facciata. Il ritratto esterno, nella fattispecie di Zuri, non pare la vanitosa replica di quello absidale. Alla rappresentazione in posizione eretta, non consegue, ipso facto, che Mariano e consorte fossero in vita quando Anselmo li ritraeva. Tutt’altro: le foglie da cui sorgono i due personaggi e le foglie di acànto alludono ad una condizione extratemporale, ad una elevazione nella gloria del Signore[80], non di meno dei motivi fitomorfici dello sfondo che prefigurano un Giardino dell’Eden.
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Anselmo da Como, a sx: Giovanni o Chiano de Bas-Serra, a dx: Giacomina della Gherardesca, 1291, trachite, altorilievo, Zuri, chiesa di S. Pietro, mensola del catino absidale.
Dal matrimonio tra Mariano II e la Saraceno Caldera nacque un solo maschio, Giovanni o Chiano, donnicello del regno di Arborea in quel 1291 e judike de iure dalla morte del padre, nel 1297, fino alla sua prematura uccisione tra il 1304 e il 1307, in occasione di una sommossa popolare[81]. Esclusa qualsiasi altra ipotesi, per rilievo architettonico accordatogli a destra di Mariano, si ha ragione di riconoscerlo nel giovane imberbe, monco di entrambe le braccia (del destro, in antico, è stato tracciato il profilo con una tinta di un tono rosso brunito), rappresentato a mezza figura, ad altorilievo, sulla prima mensola del tamburo absidale di Zuri. Indossa una abbondante sottotunica aperta anteriormente, ha cappelli ‘a zazzera’ con una corta frangetta sulla fronte, naso e orecchie minuti e occhi che concordano con il sorriso, come può esserlo quello di un giovane pasciuto, coniugato dal 1287 con la pisana Giacomina della Gherardesca[82] figlia di Ildebrandesca Pannocchieschi e del celeberrimo Ugolino della Gherardesca conte di Donoratico, capitano del popolo della Repubblica di Pisa, vicario di Enzo re di Sardegna, signore della Terza parte del Cagliaritano (Sesta dal 1282), fondatore di Villa di Chiesa (Iglesias)[83], consegnato all’immortalità letteraria dell’Inferno di Dante[84].
Nella mensola seguente, forse rimaneggiata per sospetti danni a seguito del cedimento absidale, è rappresentata a altorilievo la stessa Giacomina della Gherardesca forse accovacciata, più che seduta, corpulenta e stretta in un ampio sottano. Ha lunghe e massicce trecce che calano sulle spalle, la mano destra al petto e la sinistra appena più in basso. Nella terza mensola sono due singolari leoni oranti e addossati, che richiamano quelli rampanti e affrontati sul prospetto principale dell’ex cattedrale di S. Pantaleo di Dolia, esito della stessa committenza. Hanno criniera con ciocche a fiamma e una plastica assai distante dall’altorilievo, certamente di Anselmo, delle stesse fiere del capitello della settima lesena del prospetto orientale. Scartata l’ipotesi di una valenza araldica, di un «simbolo dell’autorità»[85], di una inedita insegna di uso strettamente personale di Mariano II, in quanto estranea alla bandiera dell’Arborea, si ha ragione di crede che si tratti di una teofania dell’apocalittico Cristo Leone della tribù di Giuda[86].
La perdita della quarta mensola è stata risarcita con una aniconica, ben prima dell’anastilosi del 1925. Per la compatibilità delle dimensioni, per la pari lesione da crollo sul capo e sul braccio destro, e per il precedente riscontrato nel prospetto nord della cattedrale di Dolia (anche qui il vescovo affianca il giudice), si sospetta – se ne è fatto cenno in precedenza – che possa essere questa l’originaria collocazione del rilievo del Giovanni vescovo di Santa Giusta oggi sul campanile. Se accolta, l’ipotesi costituisce un nuovo termine per stabilire una probabile cronologia dell’edificazione del campanile, in coincidenza con la ricostruzione dell’abside, ante 1336. Sull’opposto mensolone di imposta dell’arco trionfale, il Tetramorfo marca un confine tra lo spazio privilegiato dei depositari del potere temporale, della teofania e il mondo esterno. Da sinistra a destra sono rappresentati: l’Uomo alato con un nimbo anulare e il Vangelo con il nome di «mathe / us», simile a quello della acquasantiera romanica della chiesa di Santa Vittoria di Sarroch[87], l’Aquila e il Toro decapitati, e per ultimo il Leone. Tutte le creature sono alate e in posizione eretta, antropomorfica. Il Toro mostra gli attributi sessuali, mentre quelli del Leone sarebbero stati scalpellati in antico, forse perché confuso con la lonza (o leonza) emblema della lussuria. La loro rappresentazione assume un significato non differente da quello degli angeli in gesto di «veglia, custodia e riconoscimento», che sovrastano l’immagine di Mariano ii e del Vescovo che gli è accanto a Dolianova[88], del S. Michele che affianca Mariano ii a Siddi, degli Angeli e Profeti su Barisone ii e Costantino ii di Torres e del Bue/Cristo immolato sui Figli di Barisone ii, tutti a Bisarcio, di cui si dirà più avanti.
Anselmo da Como, Allegoria dell’albero araldico di Arborea/albero genealogico delle presunte figlie di Mariano II, 1291, trachite, altorilievo, Zuri, chiesa di S. Pietro, capitello della semicolonna presbiteriale destra.
Oltre, sul capitello della semicolonna a destra dell’abside, lesionate e parzialmente mutile, sono quattro figure femminili osannanti, con le braccia protese al cielo e le mani aperte ad accogliere lo Spirito e, con esso, la volontà divina. Vestono una tunica molto costruita, stretta in vita, con strascico, manica ‘a sbuffo’ e ampio scollo sulla sottotunica plissettata. Stazionano al riparo, o meglio pendono da un albero deradicato, palese insegna del rennu de Arborée, che sorge tra i due gruppi di donne. Di questo avanzano parte del fusto con la radichetta e alcune fronde interposte tra di loro, che giungono fino a terra con tre sole foglie apicali. Altre fronde sono naturalmente voltate all’alto e si confondono con il capo di ciascuna di esse, anche questo raccordato al ramo da un picciolo, come le foglie viciniori. La strepitosa soluzione plastica, nella quale l’albero araldico di Arborea è anche allegoria del loro stesso albero genealogico, una sorta – si passi la parafrasi – di ‘albero dei natali’, autorizza a credere che, comunque, siano tutte membri della famiglia reale.
L’assunto, già di per sé valido e significante, si carica di una ulteriore valenza semantica per il confondersi delle vicende dell’araldica statale con quelle del casato regnante, in quel determinato momento storico. «Dalle fonti documentarie e dall’iconografia nota sappiamo che» – scrive Francesco Cesare Casula – «da Mariano II a Mariano IV, ovverosia tra la seconda metà del Duecento e la prima metà del Trecento, nel regno superindividuale di Arborea vi erano due insegne araldiche distinte: una dello stato, con albero verde deradicato in campo argento o bianco («vexilla alba hunciam intus pictam arborem viridem que arma ab antiquo sunt arma regno Arboree»)[89]; l’altra della dinastia regnante dei Bas-Serra, di lontana ascendenza catalana. I Bas-Serra, in ricordo di questa origine iberica, innalzavano, appunto, un proprio stendardo formato dal simbolo dello stato sardo da loro governato – l’albero deradicato – con annesse a sinistra o a destra le «armi» dei conti-re di Barcellona («que abent annexa arma regalia»)[90]»[91]. Nel 1339 quando Mariano iv venne nominato dal sovrano di Aragona conte del Goceano, quindi automaticamente suddito-vassallo del re di Sardegna e Corsica, le insegne palate furono poste sopra l’albero deradicato in gesto di personale sottomissione. Viceversa, nel 1352, in periodo di guerra fredda con i Catalano-Aragonesi (appena un anno prima dello scoppio delle ostilità) «un testimone oculare dei famosi «processos contra los Arborea» disse di aver visto nella città giudicale di Bosa le bandiere di Mariano IV che avevano le armi regali sotto l’albero deradicato, in segno di ribellione […]. Infine il 13 ottobre 1353 un quartese, Gomita de Mahins, riferì ai commissari aragonesi inquirenti che in Oristano le insegne giudicali non avevano più alcun segnale regio, ma solo l’albero deradicato statale»[92].
Ora, se lo stesso Mariano II, sotto tutela di Guglielmo di Capraia, per primo adottò lo stendardo bipartito, si ha ragione di credere che, nell’essenzialità dei quattro lunghi rami sguarniti come aste, che scandiscono il perimetro capitellare possa ravvisarsi una allusione ai pali di Aragona, in una compenetrazione inedita, assoluta e geniale di insegne domestiche e statali. Nell’iconografia sin qui nota, inclusa quella di almeno tre graffiti sul paramento esterno della stessa chiesa[93], la chioma dell’albero dell’Arborea, un sorbo (sorbus domestica)[94], volge naturalmente sempre verso l’alto e questo sarebbe stato sufficiente per portare a compimento quel progetto grafico di discendenza parentale immaginato. Difficile, invece, trovare una ragione – che non sia questa proposta – per la forzatura di inusuali fronde spoglie verso il basso di questo che, allo stato degli studi, è la più antica figurazione dell’insegna giudicale arborense, superstite.
Potrebbero essere, queste in esame, le sorelle di Giano, figlie anonime della stessa prima moglie di Mariano, di cui non si conserva altra memoria se non quella che nel 1305, ancora minorenni, sono sotto tutela di Vanni Gualandi[95]. La notizia meriterebbe una verifica e la proposta identificativa avrebbe senso solo se le si considerasse quasi coetanee del fratello, già sposato nel 1287, e almeno in età tardopuberale, come le fanciulle dotate di seno del capitello in quel 1291, salvo ammettere un riadattamento del rilievo con aggiornamento dell’iconografia, in occasione della ristrutturazione dell’abside nel 1336. La loro marginale collocazione è da porre in relazione con la consuetudine che le donne in Sardegna non potessero regnare[96] e perciò confinate in un’area prossima ma comunque esterna a quella privilegiata absidale, riservata al regnante, al donnicello e loro rispettive consorti, presumibilmente al vescovo in carica, alla teofania e al Tetramorfo.
Mariano ii, figura cardine intorno alla quale ruotano i ritratti di Zuri, sedette sul trono di Arborea complessivamente per quasi mezzo secolo, dal 1250 circa al 1264 circa sotto tutela di Guglielmo di Capraia giudice di Arborea per riconoscimento papale; dal 1264 al 1273 come giudice in ‘consorte’ con Nicolò figlio di Guglielmo e in seguito, fino alla sua morte, nel 1297, come giudice unico. Rimasto vedovo sposò in seconde nozze anche lui una Gherardesca, un’anonima figlia di Guelfo della Gherardesca conte dei Donoratico, fratello della nuora Giacomina. Astuto sovrano, godeva di fama di uomo colto, arguto e sottile politico anche oltre Tirreno. Di lui, ricorda Pietro Martini, ne scrive lo storico fiorentino Giovanni Villani in Cronache fiorentine, dalla Torre di Babele al 1336 come «uno dei più possenti cittadini d’Italia tenente a Pisa numerosa corte, e codazzo di cavalieri che seco lui rumoreggiava per quelle vie»[97]. Nel corso di un lungo regno il giudice mecenate portò a compimento importanti opere architettoniche e di riassetto urbanistico della capitale giudicale. Il nome del più effigiato di tutti i giudici di ogni tempo della Sardegna (quattro, forse cinque ritratti), compare, oltre che nelle epigrafi di Zuri e di Dolianova, anche in quelle che a Oristano ricordano la costruzione della Torre e della muraglia della Porta Ponti (1290), della Torre e muraglia di Porta a Mari (1293)[98], abbattuta nel 1907 e, nella Nurra, in quella del Castello di Monteforte, conquistato e restaurato nel 1274[99]. Le iscrizioni delle due porte cittadine, pur nella loro essenzialità, rivelano il carattere di un Mariano credente e con una precisa aspirazione: «q(ui) felix diu [vi]vat et p(ost) obitu(m) i(n) Chr(ist)o q(ui)escat»[100]. Così, col sorriso sulle labbra, come lui e tutta la famiglia si era fatto ritrarre nei rilievi absidali di Zuri.
Sono dunque queste di Dolianova, Zuri e Siddi le più antichi effigi di sovrani arborensi, sempre riscontrate in chiese romaniche di cui, spesso documentalmente, sono i mecenati. Il fenomeno della rappresentazione del giudice committente trova pari riscontro nel Giudicato di Torres, dove l’attività edilizia régia nei secoli xi e xii fu molto intensa[101]. Nel Capo di Logudoro le figurazioni dei primi sovrani, seppure riconducibili a commissioni degli inizi del XII secolo, sono databili al 1250 circa. In quegli anni, regnante Barisone ii, si portava a compimento la decorazione dell’archivolto dell’arcata centrale del porticato della basilica della SS. Trinità di Saccargia (ante 1116 – metà sec. XII).
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A sx: Costantino I de Lacon-(Gunale) giudice di Torres, a dx: Gonario II de Lacon-(Gunale) giudice di Torres, metà sec. XIII circa, attr. a maestranza di formazione pisano-pistoiese, marmo, bassorilievo, Codrongianus, basilica campestre della SS. Trinità di Saccargia, dettaglio dell’archivolto dell’arcata centrale del porticato.
Qui, nel fregio della Caccia al cinghiale, si inseriscono due teste coronate, nelle quali si riconoscono i ritratti dei giudici di Torres Costantino I de Lacon-(Gunale) (ante 1082 – † post 1124 ante 1127)[102] e di suo figlio Gonario II de Lacon-(Gunale) (1110 ca. – † post 1153)[103]. La loro rappresentazione in un contesto di eterno conflitto tra il Bene e il Male è iconologicamente giustificata dell’essere entrambi sostenitori della Chiesa universale nel contrasto al demoniaco, così come lo sono i loro discendenti: Barisone II nel cennato capitello del pilastro presbiteriale nord di Bisarcio, testimone di un episodio salvifico, descritto nel Trionfo di Cristo sul basilisco[104], gli inediti Figli di Barisone ii in prima linea tra mascheroni demoniaci nel capitello già nella bifora destra del portico ancora a Bisarcio, il Mariano ii di Siddi al fianco del S. Michele che debella Lucifero e il Mariano iv a fronte dell’Agnus Dei che sottomette Lucifero del S. Serafino di Ghilarza, tutti sottostanti ad un arco esplicito richiamo della volta celeste.
Secondo quanto riferito nel Condaghe della solenne consacrazione della chiesa della SS. Trinità di Saccargia[105], Costantino i de Lacon-(Gunale) e la moglie Marcusa de Gunale, a seguito della visione in sogno di Dio e della Vergine Maria, espressero un voto col quale si erano impegnati a costruire un tempio nella vallata di Saccargia, se avessero avuto un figlio o una figlia erede al trono di Torres. Conseguita la grazia, la basilica fu edificata in più fasi: un nucleo originario, identificabile con la cappella absidale sinistra, già eretta nel 1112 quando il monastero di Saccargia fu donato ai camaldolesi, sarebbe stato ampliato e completato in un impianto con transetto triabsidato e un’aula di medie dimensioni entro il primo trentennio del 1100. Una quarantina di anni appresso il nipote Barisone ii avrebbe ultimata la fabbrica nelle forme note, con l’allungamento dell’aula, l’edificazione della torre campanaria e, per ultimo, del portico[106]. È intuitivo che i ritratti del portico siano di Costantino I e del giovane figlio Gonario II, in quegli anni associato al padre nel governo del Giudicato di Torres, ancorché privi di qualsiasi connotazione generazionale, quale la barba, che nei ritratti di Bisarcio distingue Barisone ii dal figlio Costantino II e, a Zuri, Mariano II dal figlio Chiano. La perfetta corrispondenza dei tratti fisionomici dei due volti in esame colloca, infatti, i due sovrani in una dimensione extratemporale, compatibile con lo status esistenziale di Costantino i e di Gonario ii intorno alla metà del XIII secolo. All’epoca della costruzione del portico padre e figlio sono ormai trapassati ma fruitori di una stessa grazia, di cui si volle perpetuare la memoria votiva nella facciata della basilica – è bene ricordarlo – comunque fondata da Costantino e consorte e presumibilmente solo ampliata dal nipote. La rappresentazione di qualsiasi altro giudice, oltre che irrispettosa, avrebbe vanificato il profondo significato di religiosa gratitudine che giustifica l’edificazione del tempio, nel luogo stabilito da Dio e dalla Vergine rivelatisi in sogno a Marcusa.
Ex voto di Gonario de Lacon-(Gunale) donnicello di Torres figlio di Costantino I, età tardo romana, rimaneggiata in epoca medioevale, basilica della SS. Trinità di Saccargia, marmo, altorilievo, paramento interno dell’aula, in prossimità del transetto sinistro.
Il sapore di un ex voto ha la protome in marmo bianco di un giovinetto, incassata nel paramento interno dell’aula della basilica di Saccargia, in prossimità dell’arco del transetto sinistro, ragionevolmente, in quanto priva di corona, dello stesso Gonario ii donnicello. Non si esclude che possa trattarsi di materiale di spoglio di età tardoromana, derivante da Torres; secondo Fernanda Poli «la lavorazione medievale è comunque patente nella forma della bocca appena socchiusa, di tipo etiope come quelle del grande scultore pisano Biduino»[107]. Lo stesso tratto anatomico si rileva in una seconda figurazione ad altorilievo del capo di Barisone ii de Lacon-(Gunale), che fa coppia con quello, anch’esso inedito, del figlio Costantino II de Lacon-(Gunale) (giudice di Torres dal 1170 ca. – † 1198)[108], nella mensola su cui scaricano gli archi della bifora sinistra del portico di Bisarcio, sotto l’archivolto degli Angeli e Profeti.
Barisone II e Costantino II de Lacon-(Gunale) giudici di Torres, ultimo quarto del sec. XII, attr. a maestranza pisana, vulcanite, altorilievo, Ozieri, chiesa campestre di S. Antioco di Bisarcio, mensola di imposta degli archi della bifora sinistra della galilea.
Barisone II de Lacon-(Gunale) giudice di Torres, ultimo quarto del sec. XII, attr. a maestranza borgognona, vulcanite, altorilievo, Ozieri, chiesa campestre di S. Antioco di Bisarcio, dettaglio del capitello del pilastro presbiteriale nord.
Barisone ha tratti fisionomici meno realistici di quelli della sua stessa effigie del rilievo presbiteriale, ma sufficienti a descrivere un uguale profilo identitario e a stabilire, in quanto rappresentative di uno stesso modello, un confronto tra modo di concepire un ritratto romanico, idealizzato e aulico, e un ritratto più autentico che preannuncia la sconvolgente evoluzione dal romanico al gotico. Il sovrano ha volto ovaloide e in capo una interessante corona a sezione rettangolare, dalla quale emerge frontalmente, con poco slancio e minimo aggetto, una gemma. Seppure poco percepibili per il forte degrado, in questa sono ancora leggibili labili tracce del graffito del profilo stilizzato della torre emblema del Giudicato di Torres, con residua merlatura bifida ghibellina, in aggetto[109]. È la più antica figurazione superstite dello stemma turritano, databile agli anni 1173-90, quando veniva portata a compimento la galilea dell’ex cattedrale bisarchiense[110]. A destra, Costantino è come un giovane dal volto ben levigato e imberbe, cinto di una semplice corona a sezione circolare, simile a quella del Mariano II di Siddi e del Mariano IV del S. Serafino di Ghilarza, per essenzialità accostabile al circulus ferri che anima la Corona Ferrea, forgiata, secondo tradizione, con uno dei chiodi della crocifissione del Cristo e considerata l’immagine stessa del concetto teocratico di «rex gratia Dei»[111].
La corrispondenza dei generi (due maschi e una femmina) e l’originaria pertinenza del capitello alla colonna della bifora destra del portico di S. Antioco[112], inducono all’identificazione, nelle tre figure a mezzobusto tra mostruose entità demoniache, dei ritratti degli altri tre Figli di Barisone ii. Emergono tutte da un giro di palmette allusive alla vittoria e al trionfo sul male, che conferiscono una lieve nota di regalità[113]. La «probabile primogenita» Susanna (post 1153 – † ante 1186)[114], del cui viso non resta che una labile traccia del perimetro facciale, ha lunghi cappelli, che ricadono anteriormente su di una tunichetta con castigata scollatura sul piccolo seno e maniche più elaborate. Il suo ritratto è tra quelli dei fratelli effigiati anch’essi ad altorilievo, su facce contrapposte del capitello. Ittocorre, documentato nel 1203[115], e Comita[116], giudice di Torres dopo la scomparsa di Costantino tra il 1198 fino alla morte nel 1218, vestono una tunichetta a girocollo e lunghi cappelli con scriminatura centrale, tirati dietro l’orecchio sinistro e cadenti sul destro. Hanno tutti visi quadrangolari con guance paffute e occhi grandi a mandorla con palpebre ben segnate, di cui la superiore appena più estesa, come quelle di Barisone e Costantino.
Di sicuro interesse è la postura della gamba destra appena levata e il piede giacente su un’entità vinta, come lo è il leone in spalla al Mariano di Zuri, di cui quasi non resta traccia per la probabile azione di fedeli iconoclasti, e il pugno sinistro chiuso volto al basso, in segno esorcistico di minaccia agli inferi[69]. La calcatio colli rimanda alla nota iconografia del S. Michele che trafigge il drago sotto i suoi piedi, già documentata nel bracciolo della cattedra vescovile del santuario di S. Michele in Monte Gargano della fine dell’XI secolo. Il Mariano-Ercole di Zuri parrebbe qui presentarsi come un Mariano-San Michele, ripetendone in parte gli atteggiamenti, perché schierato con il Principe della Milizia celeste nella lotta al Maligno. Nell’inedito ritratto il sovrano è tra quattro figure, due per parte, contenute nei tre rincassi contigui, di cui la prima a bassorilievo e le altre ad altorilievo, scandite da una cornicetta a losanghe ai margini laterali. Ognuna è vestita di una tunica più o meno lunga che si apre a campana, da cui fuoriescono esili gambette. Nel capovolto si è riconosciuto Lucifero l’angelo caduto, ancora con il braccio sinistro levato e la mano aperta in memoria di una disponibilità ad accogliere lo Spirito ormai lontana. Nel secondo rincasso, filologicamente, è un femmineo San Michele con cappelli lunghi, anche lui come Lucifero privo di ali. Il patrono della chiesa e vincitore del Maligno è a sinistra del presunto Mariano ii, secondo un modello attestato a Dolianova, dove lo stesso giudice, in segno di ossequio e deferenza, si colloca a destra del S. Pantaleo[70]. Nel quarto sono Adamo ed Eva, secondo certa tradizione abbinati a S. Michele perché da lui stesso cacciati dal Paradiso Terrestre, dopo la tentazione dell’angelo ribelle[71].
Ritornando ora ai partiti decorativi interni dell’abside di Zuri, a sinistra di Mariano II, nello stesso mensolone di imposta dell’arco trionfale, si rileva una foglia d’acqua sulla quale giace, supina, una figura femminile, con l’avambraccio destro, il solo superstite seppure lacunoso, sull’addome. Veste una tunica lunga fino ai piedi, appena stretta in vita con pieghe ‘a canne d’organo’ e ampio scollo ‘a barchetta’ che espone la camicia; la manica è ‘a sbuffo’ con avambraccio fasciato. Ha lunghi capelli sulle orecchie e il volto deturpato da una vasta frattura della pietra che ha cancellato la fronte. I rapporti fisionomici sono falsati da un mento di una misura più che doppia del naso e dalla bocca stirata in un improbabile, funesto sorriso. Il suo decesso è confermato da una postura orizzontale e da un secondo ramo della stessa palma interposta tra il suo capo e quello di Mariano, che, associata al momento funebre, allude alla vita eterna[72]. Completa il quadro iconografico una foglia di acànto posta all’altro lato di un presumibile capezzale, forse simbolo di forza, in memoria delle virtù caratteriali della trapassata, ma anche di resurrezione[73]. Per la freschezza del lutto non può che essere la prima, anonima Moglie di Mariano II, figlia di Andreotto Saraceno Caldera[74] e di una sconosciuta, morta, secondo la genealogia sin qui nota, ante 1293[75], termine che deve essere aggiornato quantomeno ante 1291, anno della chiusura della fabbrica di Zuri.
Se nella collocazione e nei pattern distintivi la figura di Mariano rientra nei noti canoni dell’iconografia régia medioevale isolana, d’altro canto mostra più elementi di originalità meritevoli di considerazione. La rappresentazione del sovrano al fianco della consorte defunta non corrisponde solo alla vanità del committente di essere riconosciuto e immortalato, ma include sentimenti di pietas per l’amata, enfatizzati in un quel che appare come un piccolo monumento funerario, che anticipa il bassorilievo del sarcofago della sua nipotina Giovanna[76], la cui figuretta è tra un angelo orante e uno incensante[77]. Vano il tentativo di un raffronto in termini fisionomici tra il Mariano di Zuri e il Mariano di Dolianova. Per quella tendenza di matrice bizantina alla rappresentazione dell’uomo destinato al governo della res pubblica per il tramite dei simboli dell’imperium, lo scettro, la corona e la sfera[78], a prescindere dal realismo dei tratti somatici, si potrebbe dubitare che possa trattarsi dello stesso soggetto, se non fosse per le conferme epigrafiche a cui è consegnata la memoria documentale del giudice committente a Dolianova e a Zuri.
Anselmo da Como, Mariano II de Bas-Serra giudice di Arborea e sua moglie N. Saraceno Caldera, 1291, trachite, altorilievo, Zuri chiesa di S. Pietro, particolare del fregio di facciata.
Vaghe corrispondenze o, quantomeno, delle compatibilità fisionomiche si intuiscono, invece, tra il volto rotondo e pieno, con orecchie piccole e alte, del Mariano II di Siddi e quello di un altro suo inedito ritratto nella facciata del S. Pietro di Zuri. Sono, infatti, di Mariano II e N. Saraceno Caldera i ritratti di due mezze figure, una maschile e una femminile, sulla parasta d’angolo destra del portale principale, nella mensola di imposta della terza arcata del prospetto di facciata. I tratti somatici corrispondono agli stessi di lei defunta del cennato rilievo absidale: fronte molto bassa, naso minuto e mento esageratamente pronunciato. Veste una semplice tunica stretta al petto, con scollo circolare bordato da una doppia marcatura e ha in testa un velo che trattiene un cappellino, che ne ingentilisce il volto. Il cranio del sovrano, devastato al punto da rendere pressoché impossibile l’analisi fisionomica, mostra la parte superiore completamente piana come calzata da un copricapo a basso cilindro, che può essere una corona stilizzata. Ha collo taurino, volto forse imberbe e padiglioni auricolari ben segnati a rilievo. Difetta dello scettro, forse cancellato, semmai vi è stato, da una vasta lacuna che investe la mano destra e parte dell’addome, sul quale convergono le braccia, nella stessa postura del suo ritratto absidale. Indossa una tunica stretta da una vistosa cintura simbolo di fedeltà coniugale[79] come, si indovina, possa essere quella del ritratto absidale, intuibile per l’evidente strozzatura del giro vita.
La doppia figurazione del giudice committente ha numerosi precedenti nel Mariano IV del S. Serafino di Ghilarza, nello stesso Mariano II di Dolianova, dove una è a sinistra del prospetto principale, in uno spazio architettonico simmetricamente opposto ma di pari prestigio di questa parasta d’angolo e a Bisarcio, dove, come in questo caso, il capo di Barisone II è sul presbiterio e in facciata. Il ritratto esterno, nella fattispecie di Zuri, non pare la vanitosa replica di quello absidale. Alla rappresentazione in posizione eretta, non consegue, ipso facto, che Mariano e consorte fossero in vita quando Anselmo li ritraeva. Tutt’altro: le foglie da cui sorgono i due personaggi e le foglie di acànto alludono ad una condizione extratemporale, ad una elevazione nella gloria del Signore[80], non di meno dei motivi fitomorfici dello sfondo che prefigurano un Giardino dell’Eden.
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Anselmo da Como, a sx: Giovanni o Chiano de Bas-Serra, a dx: Giacomina della Gherardesca, 1291, trachite, altorilievo, Zuri, chiesa di S. Pietro, mensola del catino absidale.
Dal matrimonio tra Mariano II e la Saraceno Caldera nacque un solo maschio, Giovanni o Chiano, donnicello del regno di Arborea in quel 1291 e judike de iure dalla morte del padre, nel 1297, fino alla sua prematura uccisione tra il 1304 e il 1307, in occasione di una sommossa popolare[81]. Esclusa qualsiasi altra ipotesi, per rilievo architettonico accordatogli a destra di Mariano, si ha ragione di riconoscerlo nel giovane imberbe, monco di entrambe le braccia (del destro, in antico, è stato tracciato il profilo con una tinta di un tono rosso brunito), rappresentato a mezza figura, ad altorilievo, sulla prima mensola del tamburo absidale di Zuri. Indossa una abbondante sottotunica aperta anteriormente, ha cappelli ‘a zazzera’ con una corta frangetta sulla fronte, naso e orecchie minuti e occhi che concordano con il sorriso, come può esserlo quello di un giovane pasciuto, coniugato dal 1287 con la pisana Giacomina della Gherardesca[82] figlia di Ildebrandesca Pannocchieschi e del celeberrimo Ugolino della Gherardesca conte di Donoratico, capitano del popolo della Repubblica di Pisa, vicario di Enzo re di Sardegna, signore della Terza parte del Cagliaritano (Sesta dal 1282), fondatore di Villa di Chiesa (Iglesias)[83], consegnato all’immortalità letteraria dell’Inferno di Dante[84].
Nella mensola seguente, forse rimaneggiata per sospetti danni a seguito del cedimento absidale, è rappresentata a altorilievo la stessa Giacomina della Gherardesca forse accovacciata, più che seduta, corpulenta e stretta in un ampio sottano. Ha lunghe e massicce trecce che calano sulle spalle, la mano destra al petto e la sinistra appena più in basso. Nella terza mensola sono due singolari leoni oranti e addossati, che richiamano quelli rampanti e affrontati sul prospetto principale dell’ex cattedrale di S. Pantaleo di Dolia, esito della stessa committenza. Hanno criniera con ciocche a fiamma e una plastica assai distante dall’altorilievo, certamente di Anselmo, delle stesse fiere del capitello della settima lesena del prospetto orientale. Scartata l’ipotesi di una valenza araldica, di un «simbolo dell’autorità»[85], di una inedita insegna di uso strettamente personale di Mariano II, in quanto estranea alla bandiera dell’Arborea, si ha ragione di crede che si tratti di una teofania dell’apocalittico Cristo Leone della tribù di Giuda[86].
La perdita della quarta mensola è stata risarcita con una aniconica, ben prima dell’anastilosi del 1925. Per la compatibilità delle dimensioni, per la pari lesione da crollo sul capo e sul braccio destro, e per il precedente riscontrato nel prospetto nord della cattedrale di Dolia (anche qui il vescovo affianca il giudice), si sospetta – se ne è fatto cenno in precedenza – che possa essere questa l’originaria collocazione del rilievo del Giovanni vescovo di Santa Giusta oggi sul campanile. Se accolta, l’ipotesi costituisce un nuovo termine per stabilire una probabile cronologia dell’edificazione del campanile, in coincidenza con la ricostruzione dell’abside, ante 1336. Sull’opposto mensolone di imposta dell’arco trionfale, il Tetramorfo marca un confine tra lo spazio privilegiato dei depositari del potere temporale, della teofania e il mondo esterno. Da sinistra a destra sono rappresentati: l’Uomo alato con un nimbo anulare e il Vangelo con il nome di «mathe / us», simile a quello della acquasantiera romanica della chiesa di Santa Vittoria di Sarroch[87], l’Aquila e il Toro decapitati, e per ultimo il Leone. Tutte le creature sono alate e in posizione eretta, antropomorfica. Il Toro mostra gli attributi sessuali, mentre quelli del Leone sarebbero stati scalpellati in antico, forse perché confuso con la lonza (o leonza) emblema della lussuria. La loro rappresentazione assume un significato non differente da quello degli angeli in gesto di «veglia, custodia e riconoscimento», che sovrastano l’immagine di Mariano ii e del Vescovo che gli è accanto a Dolianova[88], del S. Michele che affianca Mariano ii a Siddi, degli Angeli e Profeti su Barisone ii e Costantino ii di Torres e del Bue/Cristo immolato sui Figli di Barisone ii, tutti a Bisarcio, di cui si dirà più avanti.
Anselmo da Como, Allegoria dell’albero araldico di Arborea/albero genealogico delle presunte figlie di Mariano II, 1291, trachite, altorilievo, Zuri, chiesa di S. Pietro, capitello della semicolonna presbiteriale destra.
Oltre, sul capitello della semicolonna a destra dell’abside, lesionate e parzialmente mutile, sono quattro figure femminili osannanti, con le braccia protese al cielo e le mani aperte ad accogliere lo Spirito e, con esso, la volontà divina. Vestono una tunica molto costruita, stretta in vita, con strascico, manica ‘a sbuffo’ e ampio scollo sulla sottotunica plissettata. Stazionano al riparo, o meglio pendono da un albero deradicato, palese insegna del rennu de Arborée, che sorge tra i due gruppi di donne. Di questo avanzano parte del fusto con la radichetta e alcune fronde interposte tra di loro, che giungono fino a terra con tre sole foglie apicali. Altre fronde sono naturalmente voltate all’alto e si confondono con il capo di ciascuna di esse, anche questo raccordato al ramo da un picciolo, come le foglie viciniori. La strepitosa soluzione plastica, nella quale l’albero araldico di Arborea è anche allegoria del loro stesso albero genealogico, una sorta – si passi la parafrasi – di ‘albero dei natali’, autorizza a credere che, comunque, siano tutte membri della famiglia reale.
L’assunto, già di per sé valido e significante, si carica di una ulteriore valenza semantica per il confondersi delle vicende dell’araldica statale con quelle del casato regnante, in quel determinato momento storico. «Dalle fonti documentarie e dall’iconografia nota sappiamo che» – scrive Francesco Cesare Casula – «da Mariano II a Mariano IV, ovverosia tra la seconda metà del Duecento e la prima metà del Trecento, nel regno superindividuale di Arborea vi erano due insegne araldiche distinte: una dello stato, con albero verde deradicato in campo argento o bianco («vexilla alba hunciam intus pictam arborem viridem que arma ab antiquo sunt arma regno Arboree»)[89]; l’altra della dinastia regnante dei Bas-Serra, di lontana ascendenza catalana. I Bas-Serra, in ricordo di questa origine iberica, innalzavano, appunto, un proprio stendardo formato dal simbolo dello stato sardo da loro governato – l’albero deradicato – con annesse a sinistra o a destra le «armi» dei conti-re di Barcellona («que abent annexa arma regalia»)[90]»[91]. Nel 1339 quando Mariano iv venne nominato dal sovrano di Aragona conte del Goceano, quindi automaticamente suddito-vassallo del re di Sardegna e Corsica, le insegne palate furono poste sopra l’albero deradicato in gesto di personale sottomissione. Viceversa, nel 1352, in periodo di guerra fredda con i Catalano-Aragonesi (appena un anno prima dello scoppio delle ostilità) «un testimone oculare dei famosi «processos contra los Arborea» disse di aver visto nella città giudicale di Bosa le bandiere di Mariano IV che avevano le armi regali sotto l’albero deradicato, in segno di ribellione […]. Infine il 13 ottobre 1353 un quartese, Gomita de Mahins, riferì ai commissari aragonesi inquirenti che in Oristano le insegne giudicali non avevano più alcun segnale regio, ma solo l’albero deradicato statale»[92].
Ora, se lo stesso Mariano II, sotto tutela di Guglielmo di Capraia, per primo adottò lo stendardo bipartito, si ha ragione di credere che, nell’essenzialità dei quattro lunghi rami sguarniti come aste, che scandiscono il perimetro capitellare possa ravvisarsi una allusione ai pali di Aragona, in una compenetrazione inedita, assoluta e geniale di insegne domestiche e statali. Nell’iconografia sin qui nota, inclusa quella di almeno tre graffiti sul paramento esterno della stessa chiesa[93], la chioma dell’albero dell’Arborea, un sorbo (sorbus domestica)[94], volge naturalmente sempre verso l’alto e questo sarebbe stato sufficiente per portare a compimento quel progetto grafico di discendenza parentale immaginato. Difficile, invece, trovare una ragione – che non sia questa proposta – per la forzatura di inusuali fronde spoglie verso il basso di questo che, allo stato degli studi, è la più antica figurazione dell’insegna giudicale arborense, superstite.
Potrebbero essere, queste in esame, le sorelle di Giano, figlie anonime della stessa prima moglie di Mariano, di cui non si conserva altra memoria se non quella che nel 1305, ancora minorenni, sono sotto tutela di Vanni Gualandi[95]. La notizia meriterebbe una verifica e la proposta identificativa avrebbe senso solo se le si considerasse quasi coetanee del fratello, già sposato nel 1287, e almeno in età tardopuberale, come le fanciulle dotate di seno del capitello in quel 1291, salvo ammettere un riadattamento del rilievo con aggiornamento dell’iconografia, in occasione della ristrutturazione dell’abside nel 1336. La loro marginale collocazione è da porre in relazione con la consuetudine che le donne in Sardegna non potessero regnare[96] e perciò confinate in un’area prossima ma comunque esterna a quella privilegiata absidale, riservata al regnante, al donnicello e loro rispettive consorti, presumibilmente al vescovo in carica, alla teofania e al Tetramorfo.
Mariano ii, figura cardine intorno alla quale ruotano i ritratti di Zuri, sedette sul trono di Arborea complessivamente per quasi mezzo secolo, dal 1250 circa al 1264 circa sotto tutela di Guglielmo di Capraia giudice di Arborea per riconoscimento papale; dal 1264 al 1273 come giudice in ‘consorte’ con Nicolò figlio di Guglielmo e in seguito, fino alla sua morte, nel 1297, come giudice unico. Rimasto vedovo sposò in seconde nozze anche lui una Gherardesca, un’anonima figlia di Guelfo della Gherardesca conte dei Donoratico, fratello della nuora Giacomina. Astuto sovrano, godeva di fama di uomo colto, arguto e sottile politico anche oltre Tirreno. Di lui, ricorda Pietro Martini, ne scrive lo storico fiorentino Giovanni Villani in Cronache fiorentine, dalla Torre di Babele al 1336 come «uno dei più possenti cittadini d’Italia tenente a Pisa numerosa corte, e codazzo di cavalieri che seco lui rumoreggiava per quelle vie»[97]. Nel corso di un lungo regno il giudice mecenate portò a compimento importanti opere architettoniche e di riassetto urbanistico della capitale giudicale. Il nome del più effigiato di tutti i giudici di ogni tempo della Sardegna (quattro, forse cinque ritratti), compare, oltre che nelle epigrafi di Zuri e di Dolianova, anche in quelle che a Oristano ricordano la costruzione della Torre e della muraglia della Porta Ponti (1290), della Torre e muraglia di Porta a Mari (1293)[98], abbattuta nel 1907 e, nella Nurra, in quella del Castello di Monteforte, conquistato e restaurato nel 1274[99]. Le iscrizioni delle due porte cittadine, pur nella loro essenzialità, rivelano il carattere di un Mariano credente e con una precisa aspirazione: «q(ui) felix diu [vi]vat et p(ost) obitu(m) i(n) Chr(ist)o q(ui)escat»[100]. Così, col sorriso sulle labbra, come lui e tutta la famiglia si era fatto ritrarre nei rilievi absidali di Zuri.
Sono dunque queste di Dolianova, Zuri e Siddi le più antichi effigi di sovrani arborensi, sempre riscontrate in chiese romaniche di cui, spesso documentalmente, sono i mecenati. Il fenomeno della rappresentazione del giudice committente trova pari riscontro nel Giudicato di Torres, dove l’attività edilizia régia nei secoli xi e xii fu molto intensa[101]. Nel Capo di Logudoro le figurazioni dei primi sovrani, seppure riconducibili a commissioni degli inizi del XII secolo, sono databili al 1250 circa. In quegli anni, regnante Barisone ii, si portava a compimento la decorazione dell’archivolto dell’arcata centrale del porticato della basilica della SS. Trinità di Saccargia (ante 1116 – metà sec. XII).
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A sx: Costantino I de Lacon-(Gunale) giudice di Torres, a dx: Gonario II de Lacon-(Gunale) giudice di Torres, metà sec. XIII circa, attr. a maestranza di formazione pisano-pistoiese, marmo, bassorilievo, Codrongianus, basilica campestre della SS. Trinità di Saccargia, dettaglio dell’archivolto dell’arcata centrale del porticato.
Qui, nel fregio della Caccia al cinghiale, si inseriscono due teste coronate, nelle quali si riconoscono i ritratti dei giudici di Torres Costantino I de Lacon-(Gunale) (ante 1082 – † post 1124 ante 1127)[102] e di suo figlio Gonario II de Lacon-(Gunale) (1110 ca. – † post 1153)[103]. La loro rappresentazione in un contesto di eterno conflitto tra il Bene e il Male è iconologicamente giustificata dell’essere entrambi sostenitori della Chiesa universale nel contrasto al demoniaco, così come lo sono i loro discendenti: Barisone II nel cennato capitello del pilastro presbiteriale nord di Bisarcio, testimone di un episodio salvifico, descritto nel Trionfo di Cristo sul basilisco[104], gli inediti Figli di Barisone ii in prima linea tra mascheroni demoniaci nel capitello già nella bifora destra del portico ancora a Bisarcio, il Mariano ii di Siddi al fianco del S. Michele che debella Lucifero e il Mariano iv a fronte dell’Agnus Dei che sottomette Lucifero del S. Serafino di Ghilarza, tutti sottostanti ad un arco esplicito richiamo della volta celeste.
Secondo quanto riferito nel Condaghe della solenne consacrazione della chiesa della SS. Trinità di Saccargia[105], Costantino i de Lacon-(Gunale) e la moglie Marcusa de Gunale, a seguito della visione in sogno di Dio e della Vergine Maria, espressero un voto col quale si erano impegnati a costruire un tempio nella vallata di Saccargia, se avessero avuto un figlio o una figlia erede al trono di Torres. Conseguita la grazia, la basilica fu edificata in più fasi: un nucleo originario, identificabile con la cappella absidale sinistra, già eretta nel 1112 quando il monastero di Saccargia fu donato ai camaldolesi, sarebbe stato ampliato e completato in un impianto con transetto triabsidato e un’aula di medie dimensioni entro il primo trentennio del 1100. Una quarantina di anni appresso il nipote Barisone ii avrebbe ultimata la fabbrica nelle forme note, con l’allungamento dell’aula, l’edificazione della torre campanaria e, per ultimo, del portico[106]. È intuitivo che i ritratti del portico siano di Costantino I e del giovane figlio Gonario II, in quegli anni associato al padre nel governo del Giudicato di Torres, ancorché privi di qualsiasi connotazione generazionale, quale la barba, che nei ritratti di Bisarcio distingue Barisone ii dal figlio Costantino II e, a Zuri, Mariano II dal figlio Chiano. La perfetta corrispondenza dei tratti fisionomici dei due volti in esame colloca, infatti, i due sovrani in una dimensione extratemporale, compatibile con lo status esistenziale di Costantino i e di Gonario ii intorno alla metà del XIII secolo. All’epoca della costruzione del portico padre e figlio sono ormai trapassati ma fruitori di una stessa grazia, di cui si volle perpetuare la memoria votiva nella facciata della basilica – è bene ricordarlo – comunque fondata da Costantino e consorte e presumibilmente solo ampliata dal nipote. La rappresentazione di qualsiasi altro giudice, oltre che irrispettosa, avrebbe vanificato il profondo significato di religiosa gratitudine che giustifica l’edificazione del tempio, nel luogo stabilito da Dio e dalla Vergine rivelatisi in sogno a Marcusa.
Ex voto di Gonario de Lacon-(Gunale) donnicello di Torres figlio di Costantino I, età tardo romana, rimaneggiata in epoca medioevale, basilica della SS. Trinità di Saccargia, marmo, altorilievo, paramento interno dell’aula, in prossimità del transetto sinistro.
Il sapore di un ex voto ha la protome in marmo bianco di un giovinetto, incassata nel paramento interno dell’aula della basilica di Saccargia, in prossimità dell’arco del transetto sinistro, ragionevolmente, in quanto priva di corona, dello stesso Gonario ii donnicello. Non si esclude che possa trattarsi di materiale di spoglio di età tardoromana, derivante da Torres; secondo Fernanda Poli «la lavorazione medievale è comunque patente nella forma della bocca appena socchiusa, di tipo etiope come quelle del grande scultore pisano Biduino»[107]. Lo stesso tratto anatomico si rileva in una seconda figurazione ad altorilievo del capo di Barisone ii de Lacon-(Gunale), che fa coppia con quello, anch’esso inedito, del figlio Costantino II de Lacon-(Gunale) (giudice di Torres dal 1170 ca. – † 1198)[108], nella mensola su cui scaricano gli archi della bifora sinistra del portico di Bisarcio, sotto l’archivolto degli Angeli e Profeti.
Barisone II e Costantino II de Lacon-(Gunale) giudici di Torres, ultimo quarto del sec. XII, attr. a maestranza pisana, vulcanite, altorilievo, Ozieri, chiesa campestre di S. Antioco di Bisarcio, mensola di imposta degli archi della bifora sinistra della galilea.